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– Cammino verso lo storytelling

Nella notte dei tempi, quando l’essere umano si riuniva intorno al fuoco per sfamarsi e per stare in sicurezza, ad un certo punto a qualcuno deve essere venuto in mente di elevarsi oltre i grugniti e di cominciare a raccontare una storia.

Probabilmente si sarà trattato di qualcosa di molto semplice: il racconto di una giornata, la descrizione di un animale visto, la speranza di portarsi quella bella Lucy nella caverna.

Da quel momento, non abbiamo più smesso. Raccontare è un’esigenza primaria, quasi come bere e mangiare, perché ci fa sentire vivi e ci dà l’impressione che ciò che facciamo abbia più valore.

In un altro momento della storia, un po’ più in là ma neanche tanto, a qualcun altro sarà venuto in mente di raccogliere alcune storie nella propria memoria e di andare in giro a portarle agli altri.

Anche in questo caso, probabilmente prima si sarà trattato di un viaggiatore al quale le persone affidavano i loro racconti personali, sperando che li potesse trasmettere ad amici e conoscenti. Poi, però, questo mestiere si è ammantato di importanza, e il cantastorie è diventato il vero tramite tra la storia, la memoria del passato, e il presente.

Il ruolo del cantastorie non si è esaurito con l’arrivo dei giornali, della televisione e, ancora peggio, di internet. Nella società occidentale si è trasformato, mentre in alcuni popoli dell’Africa Occidentale si trova ancora il ruolo del “griot”, che è colui che deve conservare la tradizione orale degli avi e che può fungere da interprete e ambasciatore.

Io sono questa: una cantastorie. Ho parole che vogliono trovare un’uscita, ho racconti che nascono come margherite marzoline nei prati. Alcuni racconti sono superficiali, fatti solo per trascorrere un po’ di tempo lontani da sè. Altri hanno una densità enorme.

Benvenut* nelle mie parole.

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