Questa volta parliamo di racconti di viaggio.
Attenzione: non intendo un “diario di viaggio”. Non voglio parlare delle cose viste nel corso di uno spostamento, grande o piccolo che sia, ma mi voglio concentrare sul modo di raccontare lo spostamento in sè. Il viaggio.
Ho provato a spulciare in rete, ma non è facile trovare suggerimenti tecnici che non scadano nel “blog di viaggio”. Proverò a selezionare alcune idee e a trasformarle per applicarle al mio studio.
- Conoscere bene. Non mi chiamo Jules Verne, non so raccontare ciò che non conosco (e che esiste davvero). Non potrei mai collocare il mio protagonista nella navicella spaziale insieme a Samantha Cristoforetti: ne so troppo poco, non riesco a immaginare né in grande scala, né i dettagli. Per il momento, quindi, mi limiterò a descrivere viaggi su mezzi di trasporto che ho già sperimentato.
- Più descrizioni e meno frasi fatte. Specialmente se il racconto è ambientato su un mezzo piuttosto noto (un treno, un autobus…), è necessario partire dal presupposto che tantissimi lettori – se non tutti – hanno avuto la stessa esperienza. Ossia, che tutti hanno preso un treno, in vita loro, o sono saliti su un autobus. Quindi, i riferimenti devono essere “ricordi” più che descrizioni ex novo, e che le parole devono poter aggiungere qualcosa di originale, qualcosa che si faccia ricordare, la prossima volta che i lettori si troveranno su quel mezzo di trasporto.
- Meglio l’umorismo dell’entusiasmo. Non ha importanza se quel mezzo di trasporto ci esalta e ci appassiona: i superlativi assoluti sono come il sale, vanno usati con parsimonia. Al contrario, venare tutta la narrazione di un sottile umorismo può rappresentare un modo per tenere il lettore “sulla corda”, in attesa di una battuta divertente.
- Prendere appunti. Non sempre la memoria ci assiste. Sarebbe un peccato voler ambientare, che so, un racconto su un treno e aver viaggiato in quel modo l’ultima volta tantissimi anni fa. Se prevediamo di ambientare racconti in un determinato luogo (e anche se non prevediamo di farlo, perchè un po’ di esercizio e qualche frase scritta in più non fanno mai male) faremmo bene a portare sempre con noi un taccuino e approfittare dei tempi “morti” di viaggio per scrivere, scrivere, scrivere.
- Non è un diario: attenzione alla prima persona. Naturalmente, se la storia lo prevede, possiamo anche creare un protagonista e farlo parlare in prima persona, ma il rischio di cadere nel “diario” è concreto. Meglio, piuttosto, usare la terza persona… oppure imparare da Arthur Conan Doyle: inventare una prima persona che si accompagni sempre ad un altro personaggio e che funga da narratore, senza sotterfugi.
- Cercare particolari. Collocare due o tre particolari “chiave” nel racconto può renderlo più memorizzabile. Specialmente se – come già detto – sono elementi che coinvolgeranno il lettore, che si meraviglierà se si tratta di dettagli che ha notato anche lui (o che forse li noterà la prossima volta).
- Selezionare il tragitto. Non serve essere pedanti. Non è un viaggio vero. Non è necessario raccontare la corsa in stazione, la fatica di caricare i bagagli, i cinque o dieci minuti di ritardo nella partenza… se non sono funzionali alla nostra storia. Si può scegliere di far cominciare il nostro racconto in un qualunque momento del viaggio, e si può – allo stesso modo – decidere di scrivere la parola fine quando ancora il nostro protagonista non è arrivato a destinazione. Tutto dipende da ciò che vogliamo dire!
- Incontri di culture. In ogni racconto deve succedere qualcosa. Succede meglio se le persone descritte sono diverse, tra loro.