Oggi ho sentito parlare per la prima volta della tecnica chiamata “mirroring”. A dire la verità, ne ho sentito parlare circa la comunicazione “faccia a faccia”: in parole molto semplici, si tratta di assumere le stesse posture e posizioni della persona con cui stiamo parlando. Dopo una prima fase di sintonizzazione, dovrebbe essere possibile “guidare il gioco”, ossia essere noi a stabilire una posizione, portando – inconsapevolmente – l’altra persona ad assumerla a sua volta.
In questo modo, si potrebbe ottenere una maggiore apertura e disponibilità da parte dell’interlocutore.
Allora mi sono chiesta: è possibile, in qualche modo, attuare la stessa tecnica con chi ci legge?
Ho cercato in rete, e ho trovato questa definizione:
“La tecnica del “mirroring“ è molto utile per dare unità e coerenza al vostro romanzo.
Consiste in questo: qualcosa che accade in un punto della storia è simile a qualcosa che accade in un altro punto della storia.
Non si tratta di replicare esattamente lo stesso elemento narrativo; verrebbe percepito come un artificio. Si tratta di creare corrispondenze; il lettore avvertirà la connessione e creerà il legame.
Un esempio: in un punto del romanzo, una madre sta avendo una relazione difficile con la figlia. E in un altro punto (o in una generazione successiva) un padre sta avendo problemi di relazione con il figlio, magari problemi diversi con dinamiche diverse. Eppure il lettore vedrà in questo una connessione che lo aiuterà a comprendere l’unità generale del romanzo”.
Strano: la parola è la stessa, ma la “riflessione” è totalmente diversa.
In un altro sito, prowritingaid.com, si parla del “mirroring” tra personaggi della storia, che condividono alcune caratteristiche simili e si completano a vicenda per il resto.
Neanche in questo caso si va vicini a ciò che intendo. Continuerò la ricerca.